Aprirci ai bisogni del territorio per ricostituire il Pd

I cambiamenti politici in atto nella politica italiana sono stati fotografati impietosamente dalle elezioni

Ciò che stupisce è che noi del Pd ancora non ce ne siamo resi conto e ci stiamo attardando su un’immagine politica che non esiste più né è più percepita o condivisa dagli elettori.

Il Pd calabrese deve partire da un atto di chiarezza che riconosca la propria insufficienza sino ad oggi nella rappresentanza dei bisogni di questo territorio che ha votato altri partiti proprio per l’inadeguatezza delle nostre proposte.

Non è questo il luogo per fare un’analisi, ma chi ha pensato di potere competere, per di più dal governo, con la tempesta perfetta, che viene da scelte lontane, di una disoccupazione totalizzante, una povertà in continuo aumento e l’evidente fallimento nei diritti sociali e civili del Mezzogiorno ha dimostrato di vivere in una bolla mediatica senza alcuna sensibilità politica e sociale.

A nulla vale la pur vera considerazione che tale condizione non sia stata causata dal Pd ma sia il risultato di una serie di scelte tragiche dal Federalismo leghista alla distruzione della finanza locale, dall’abolizione delle politiche di coesione alla criminalizzazione del Mezzogiorno.

Ciò che hanno percepito gli elettori è che noi dal governo abbiamo pensato più al Paese come soggetto statistico nazionale che come insieme di territori differenziati e duali che hanno ripreso a divergere ed ad allontanarsi.

Altri si proponevano come un partito post ideologico che “vuole sovvertire gli schemi di spesa di una struttura sociale superata”. Cosa poteva votare la società esclusa del Mezzogiorno e dove poteva parare la democrazia recessiva di un territorio in crisi?

Il tracollo di una proposta convincente ci ha fatto perdere tutti i confronti diretti nei collegi e ottenere soltanto tre parlamentari con l’ombrello del listino plurinominale, proporzionale e bloccato. Quanto di più lontano da un metodo di selezione che possa dirsi meritocratico, democratico e partecipato.

Mi rendo conto che queste valutazioni trancianti insieme a molte altre, per quanto evidentemente in sintonia con i risultati elettorali, abbiano la necessità di una profonda analisi per comprendere e riscrivere le ragioni dei democratici nella nostra regione.

Per delineare una nuova piattaforma politica, per riscrivere le regole di una partecipazione vera e contemporanea, per selezionare chi dovrà rappresentarla dobbiamo quindi aprire un processo costituente senza reti o rendite di posizione che non esistono più in nessun luogo della politica.

Il congresso realizzato con un nuovo metodo di primarie deve seguire appunto una fase di ricostruzione degli strumenti, del metodo e del pensiero.

Il nostro obiettivo oggi deve essere quello di capire come promuovere ed allargare la partecipazione superando anche la scarsa trasparenza delle operazioni di voto e la breve durata delle tradizionali e fallimentari primarie che da noi si esauriscono in un mese di campagna per lo più interna agli apparati dei partiti.

Abbiamo la necessità di un processo vero di analisi e confronto cui fare seguire almeno tre mesi di voto e pubblicizzazione delle nuove proposte come avviene nei sistemi democratici che hanno inventato le primarie e consentono a tutti i partecipanti di fare conoscere le proprie idee e sottoporle ad una analisi compiuta.

Un partito aperto e post ideologico si struttura anche con strumenti moderni. L’utilizzo di tecnologie ormai presenti in ogni famiglia e a portata di bambino può contribuire ad allargare la partecipazione. Ciò risulterebbe un valido aiuto anche per impedire i giochi del tesseramento così come offrirebbe lo strumento per forme di democrazia diretta o di maggiore partecipazione.

Su questo tema, della democrazia della rete, siamo stati tutti vittima di un grande sofisma da parte di M5s che ha spacciato i pochi partecipanti alle loro procedure e la mano dirigista del direttorio come una democrazia digitale.

La risposta del Pd si è invece fermata alla desertificazione delle strutture di partecipazione tradizionale sostituite con l’attivismo dei leader. Abbiamo rinunciato ad allargare la democrazia nel momento in cui la gente voleva più partecipare, rinunciando anche alle moderne tecnologie dell’informazione che possono contare su facilità di accesso alle informazioni e su l’opportunità potenziale di comunicare con una vasta platea ad un costo praticamente nullo.

Una democrazia avanzata paradossalmente può invece ripartire nel processo di riconciliazione con gli italiani con un sistema di primarie 2.0, un cammino di incontro con i bisogni dei territori nei tanti luoghi aperti dei nostri Comuni. Penso ai luoghi materiali come i tanti spazi pubblici e le sezioni opportunamente rilanciate ma certamente anche immateriali come i social network dove abbiamo scontato una debolezza oggi insostenibile .

In questo senso non mi iscrivo al partito che vuole intendere la scelta del futuro segretario come un normale avvicendamento scontato quanto normale cui affidare un patrimonio che ormai non esiste più. Agire così finirebbe con il portare all’azzeramento della nostra esigua rappresentanza parlamentare.

Non è più tempo di essere garantiti e di lavorare per lo status quo ma è il tempo di lavorare per garantire equità intergenerazionale e geografica, opportunità e speranza ai tanti che le hanno perse e a tutti coloro che vedono incerto il proprio futuro.

Abbiamo bisogno di cambiare per essere credibili, chi si oppone a questo fa prevalere se stesso sui principi della democrazia.

*ex assessore regionale

pubblicato su [CorriereCalabria]

 

lo sfascio 30/03/2018

Pubblicato il 01/04/2018

 

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