Nel Pd calabrese faremo i conti dopo le elezioni

È arrivato il momento di dire che c’è chi ha lavorato per indebolire il Pd

di Demetrio Naccari Carlizzi, Fabio Guerriero, Clelio Gelsomino, Stefano Soriano e Marco Vallone Venerdì, 02 Febbraio 2018 07:28 Pubblicato in Politica

Abbiamo letto con interesse la nota dei segretari delle federazioni provinciali calabresi del Pd che invitano tutti all’impegno contro i sabotatori interni e di fatto fanno emergere la condizione di lacerazione del Pd calabrese dove spicca l’assenza totale di qualsiasi consultazione o confronto, riunione o deliberazione degli organismi statutari regionali da tempo svaniti nel nulla. Nello slogan dei segretari ci sta tutto: la casa brucia, il pericolo imminente e un appello alla responsabilità. Immaginiamo giustamente rivolto ai tanti militanti che hanno senso di responsabilità a fronte di una gestione regionale fallimentare ed irresponsabile che non ha fatto alcunché per costruire il Pd, aiutare le amministrazioni pubbliche e la rappresentanza parlamentare, supportare in alcun modo il segretario nazionale.

Tutto ciò ha proprio una sua logica incontestabile ed è giusto prendersela con i sabotatori interni svelando finalmente quella che ai più era sembrata solo incapacità o mero egoismo. È arrivato il momento di dire che c’è chi ha lavorato per indebolire il Pd ed emerge la necessità di chiamare tutti a raccolta, nell’impossibilità di aspettarsi alcunché da chi era deputato a preparare le elezioni.

Una nobile lettera, quindi, non potrebbe d’altra parte immaginarsi che 5 segretari provinciali, graniticamente unanimi, possano credibilmente chiedere un impegno e additare i militanti che hanno subito l’assenza del partito regionale come colpevoli di un’azione politica regionale che è sostanzialmente totalmente mancata.

Avendo rubato di recente qualche candidato alla destra e quindi impastato nell’offerta politica un piglio e un profilo vagamente decisionista, potremmo limitarci a rispondere semplicemente: obbedisco, oppure limitarci in un solenne «A noi!». I rischi per il Paese in effetti sono evidenti e qualcosa bisogna fare.

Disgraziatamente, nella battaglia elettorale partiamo dal lavoro (!) che il partito calabrese è stato capace di offrire alla Calabria in questi anni. Nessun impegno sarebbe credibile senza una premessa di verità anche se nel Pd calabrese rischia di essere percepita come un fatto eversivo. La giunta regionale dei tecnici adibiti in alcuni casi al settore tecnico di incompetenza (modello Checco Zalone) giusto per delegittimare un po’ chi è impegnato in consiglio regionale. La segreteria regionale composta da esterni, un capolavoro linguistico-ideologico di etero direzione dei partiti e di resa culturale, un ossimoro della democrazia costituzionale dove chi è parte, cioè espressione di un partito, si fa guidare da chi non vi appartiene. La direzione che latita ma che le poche volte che si è tenuta lo è stato solo dopo una routine di convocazioni e sconvocazioni tanto che ormai andrebbe preceduta da un messaggino che avverte: «Attenzione, non è un’esercitazione!».

Ci asteniamo da analisi di merito sulle politiche pubbliche festeggiate allegramente come successi che rimandiamo a dopo le elezioni.

Non sarà un segreto però constatare che, partendo da Reggio Calabria, prima di trovare un candidato per la Camera nel listino plurinominale si debba arrivare a Catanzaro con l’ottimo prof Viscomi. E che talune province non hanno nessuna rappresentanza nei listini plurinominali mentre altre vedono in corsa diversi bravi candidati scelti con criteri liquidi e random.

Non è nemmeno un segreto che altre rappresentanze sono nate per cooptazione dopo sonori e autorevolissimi licenziamenti istituzionali ma che evidentemente sono state ritenute idonee, forse per qualche affinità, per rappresentare i calabresi. Proprio i calabresi, visti da lontano (remake del libro di Andreotti, Visti da vicino), si chiedono come mai chi ha perso tutte le battaglie sia a capo della lista al Senato. E qui torniamo ai sabotatori. Certo le candidature del centrodestra e di M5S non sono nemmeno da tenere in considerazione per noi. Ma nel Pd è come se Augusto avesse riaffidato le legioni romane a Publio Quintino Varo dopo la disfatta di Teutoburgo (tre legioni e tre ali di cavalleria annientate). Allora non sarebbe potuto accadere perché Varo si suicidò per non cadere prigioniero. E Augusto negli ultimi dieci anni della sua vita si abbandonava spesso all’imprecazione: «Varo, Varo rendimi le legioni».

Speriamo non debba accadere in Calabria un simile rimpianto.

Allora, diciamo sì all’impegno di tutti, diciamo no all’irresponsabilità e all’alzheimer eletto a criterio direttivo. Dopo le elezioni faremo i conti e nessuno, al di là della funzione che avrà acquisito, anche col nostro voto, potrà pensare di continuare ad agire eleggendo la schizofrenia politica a strategia di governo e trattando la responsabilità degli altri come stupidità di cui approfittare.

 

Varo rendimi le mie legioni

Pubblicato il 03/02/2018

 

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