Il caso cartoni è la spia di un problema più grande

La vicenda dei pazienti immobilizzati con i cartoni al Pronto soccorso di Reggio Calabria è una vicenda complessa da cui sarebbe saggio trarre vari insegnamenti

La vicenda dei pazienti immobilizzati con i cartoni al Pronto soccorso di Reggio Calabria è una vicenda complessa da cui sarebbe saggio trarre vari insegnamenti.

Rimuovere quanto accaduto o condizionare l’accertamento delle responsabilità attraverso la tecnica della nuova narrazione, della post verità, dei nemici della città sempre evocati a negare verità scomode, sarebbe un grave danno per la collettività come successo nel recente passato.
Certamente la vicenda ha arrecato un danno di immagine e credibilità incalcolabile che avrà conseguenze sulla mobilità sanitaria e sulle decisioni di mobilità turistica e in generale di accesso alla nostra città.

È altrettanto pacifico come quegli episodi non rappresentino grazie al cielo il livello di servizio garantito da quello che è stato denominato di recente “Grande Ospedale Metropolitano”.

Ma bastano queste considerazioni per liquidare quanto accaduto come episodi isolati, magari amplificati dalla stampa nazionale e non rappresentativi degli enormi sforzi dei medici? O il fatto di fronteggiare quotidianamente, senza provvedimenti adeguati a vari livelli, una domanda di sanità inevasa che ha saltato da tempo il sistema di filtro degli ospedali territoriali, può servire da giustificazione per tutto ciò che accade?
In altri termini non basta occuparsi dell’episodio singolo e serve fare luce sulla catena di programmazione nazionale, regionale e aziendale (ospedaliera e territoriale).

Andiamo con ordine. Se analizziamo i dati dei bilanci del Ssr e delle aziende sanitarie calabresi degli ultimi 15 anni emerge come l’Ospedale di Reggio Calabria sia l’unica azienda sanitaria regionale a non avere contribuito storicamente a produrre l’elevato debito che la Regione e quindi i contribuenti sono costretti a ripagare con un enorme sacrificio fiscale.

L’andamento complessivo del debito sanitario regionale non è lineare. Era occulto dal 2000 sino al 2010, è poi emerso sino a portare al commissariamento della sanità e al piano di rientro con la conseguente adozione di misure straordinarie che hanno ridotto i deficit annuali sino al 2014. È ripreso a crescere da allora sino ad oggi come certificato dal tavolo di monitoraggio presso il ministero.
In tutto questo periodo di commissariamento si è assistito a un sostanziale blocco del turnover (solo parzialmente derogato) del personale che è purtroppo la misura principale che ha limitato la spesa negli anni.

A distanza di 8 anni dal commissariamento le aziende ancora non vengono finanziate con i criteri previsti dal legislatore perché la quota di finanziamento non tariffabile e il ripiano del deficit annuale riadattano le regole nazionali.

Si può dire che le aziende territoriali abbiano tendenzialmente generato deficit senza soluzioni di continuità mentre le ospedaliere (Catanzaro e Cosenza) solo in talune fasi storiche.

L’Asp di Reggio è stata invece costantemente la regina incontrastata e incontrollata del debito sanitario e dell’incapacità di garantire prestazioni ai pazienti.

Ma vogliamo veramente credere che il differenziale di finanziamento (diretto ed indiretto) e le politiche di contenimento della spesa delle aziende ospedaliere non abbiano avuto un effetto differente anche sulla cura dei pazienti?
Credere questo sarebbe sostanzialmente un’accusa ai manager che probabilmente essi stessi non meritano e una grave censura a chi li ha lasciati operare.

È invece il caso, per amministratori responsabili e attenti, di analizzare cosa abbiano sacrificato queste politiche negli anni. Se in altri termini si sia trattato sempre di efficientamento o in alcuni casi di tagli e interventi che hanno penalizzato medici, pazienti e servizio creando un debito occulto sia in termini finanziari che di servizio e di salute.

La Regione dovrebbe realizzare un’analisi dei deficit per capire come si è operato, cosa si è sacrificato, come bisogna correggere le politiche sanitarie ed economico-finanziarie.

Allora la vicenda dei cartoni potrebbe leggersi come la spia, purtroppo sottovalutata sino alla sua esposizione nazionale, di un deficit di programmazione dei fabbisogni, manutentivo, di forniture, di cura e di coerenza con le regole contrattuali e aziendali che si ripercuote sui pazienti, sui medici, sulla mobilità sanitaria e sulla qualità della vita di tutti.

Oltre alla questione dei criteri di finanziamento, basterebbe confrontare con un’analisi economica alcuni dati ed indicatori. Ne suggerisco alcuni fra i più immediati: gli organici delle aziende ospedaliere calabresi, i tempi di risposta alle richieste dei singoli reparti in termini di fornitura di materiale e beni sanitari e di servizi, la produzione di prestazioni e la composizione della mobilità.


Emergerebbero dati significativi che mi rifiuto di credere non interessino gli attori del governo sanitario e che in contro luce possono essere desunti empiricamente dai tanti episodi che solo degli irresponsabili possono fare finta di non conoscere ma sono evidenti per chiunque capiti in un ospedale, abbia la sfortuna di passare ore in un pronto soccorso, prenoti una visita.

È di solare evidenza che se il contributo alle politiche di riduzione del deficit proviene solo da una azienda e questa lo realizza con tagli indiscriminati e un organico insufficiente questo è un modo errato di fare sanità perché fa ricadere gli sforzi sui bisogni di salute e sulla salute dei medici e la sicurezza dei pazienti.

D’altra parte se il nuovo ospedale di Reggio non viene finanziato dal ministero o dalla Regione (come quelli di Sibari, Palmi, Vibo, Catanzaro e Cosenza) ma è a carico dell’Ao (mutuo con Inail) e dai cittadini (regalo costosissimo del Comune per le aree senza alcun contributo ad oggi per le infrastrutture) un problema di coerenza tutto ciò dovrebbe porlo.

Questo è il motivo per cui chi ha ruolo ai vari livelli regionale, commissariale e aziendale deve riflettere sulla vicenda cartoni ben al di là del fatto in sé.

«Quando il saggio (l’evento in questo caso) indica la luna l’imbecille guarda il dito (il mero cartone)».

 

*Ex assessore regionale

 

 

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